ÿþ<html> <head> <meta http-equiv="Content-Language" content="it"> <meta name="GENERATOR" content="Microsoft FrontPage 5.0"> <meta name="ProgId" content="FrontPage.Editor.Document"> <meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=unicode"> <title>Salvezza_En</title> </head> <body text="#000000" link="#003366" vlink="#006666" alink="#008000"> <div align="center"> <center> <table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="border-collapse: collapse" bordercolor="#111111" width="75%" id="AutoNumber1"> <tr> <td width="100%"> <p align="center"><b><font face="Century Gothic" size="4">Salvezza <span lang="ja">a</span>ttraverso l&#39;Esperienza della Morte<br> </font></b><font face="Century Gothic">Celestino CAVAGNA</font></p> <p><font face="Century Gothic" style="font-size: 90%"><br> </font><b><font face="Century Gothic" size="4">1) Prefazione<br> </font></b><font face="Century Gothic" style="font-size: 90%">La Salvezza û0lo scopo principale di ogni religione, ma il significato di questa parola û0vasto, e non sempre û0usato nello stesso modo. Le persone ordinarie spesso pensano alla salvezza come felicitû0 come vita fortunata e ricca; o qualche volta come guarire da malattia fisica o psicologica. Anche questa û0salvezza, ma non û0tutto. La religione insegna un livello piû0alto di salvezza, insegna come avvicinarsi all&#39;origine della vita dell&#39;universo, alla purezza perfetta dell&#39;amore. Questo nel Cristianesimo û0divenire uno con Cristo, con Dio il Padre, con lo Spirito Santo, û0 comunione con la Santa Trinitû0 Nel Buddismo questo û0comprendere la Realtû0Ultima, come vuoto, come libertû0da ogni inganno e attaccamento, come saggezza suprema e perfezione.<br> La salvezza ha di sua necessitû0una via di sforzo positivo, di fare qualche cosa, di perfezionare se stessi; ma ha anche una via negativa di lasciar andare tutto, di rinunciare a tutto, di morire, cosû0che la Vera Realtû0puû0 splendere in tutta la sua luce, non oscurata dal ragionamento e dalle illusioni umane. <br> <br> Vorrei qui esaminare delle vedute buddiste e cristiane di questo secondo aspetto della salvezza. <br> Nel Buddismo come nell&#39;esperienza cristiana, la salvezza û0 vista come la Vera Vita che puû0essere raggiunta solamente attraverso l&#39;esperienza della Morte. <br> Ho avuto l&#39;opportunitû0di studiare il Buddismo Zen giapponese all&#39;universitû0Komazawa di Tokyo, e praticare la meditazione Zen sotto la guida di un maestro cristiano, il Gesuita Padre Enomiya Lassalle, e del maestro buddista laico Yamada Ko-un.<br> Come mi fu insegnato, lo scopo della meditazione Zen û0di rinunciare a sû0e a tutti i pensieri discriminanti Ego-centrati e vivere in semplicitû0 la Vera Vita. <br> Fra i cristiani ho scelto San Giovanni della Croce, perchû0 nel suo modo di vivere e nel suo insegnamento lui accentuû0l&#39;importanza di morire a se stessi con Cristo, fino a scegliere la Croce per il proprio nome.<br> <br> Nell&#39;esperienza cristiana la salvezza û0vista come Morte e Risurrezione. Noi dobbiamo morire a noi stessi con Cristo e rinascere con Lui alla Vita Nuova. Gesû0vuole che noi moriamo con Lui: <br> <br> <br> &quot;Chi non prende la sua croce e non mi segue, non e&#39; degno di me. Chi avrû0trovato la sua vita, la perderû0 e chi avrû0perduto la sua vita per causa mia, la troverû0quot;. (Mt 10:38, 16:25-26; Mc 8:35-36; Lc 9:24, 17:33; Gv 12:25)<br> &quot;In veritû0 in veritû0vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.&quot; (Gv 12:24)<br> San Paolo che per grazia di un&#39;esperienza mistica ha potuto essere uno con Cristo, anche lui enfatizza l&#39;idea di morire con Cristo ed essere uno con lui nella risurrezione. E per lui questo voleva dire una vita corretta, libera da peccati e passioni.<br> <br> <br> &quot;Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme con lui nella morte, perchû0come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, cosû0anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione.&quot; (Rm, 6:4-5) <br> &quot;Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui&quot;. (Rm 6:8)<br> &quot;Non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio.&quot;. (Rm 6:13). &quot;Infatti chi û0 morto, û0ormai libero dal peccato.&quot; (Rm 6:7)<br> Questa idea di morire con Cristo qualche volta volle dire anche il vero sacrificio della propria vita. Nei primi tre secoli della storia della Chiesa i martiri erano felici di accettare la morte ed essere per sempre in Cielo con Cristo. In tempi di durezze e di persecuzioni la morte fisica era a volte inevitabile, e sacrificare la propria vita per Cristo era visto come salvezza certa.<br> Dopo che le persecuzioni furono finite, il monachesimo cominciû0come un modo di rinunciare alla propria vita e vivere in povertû0e preghiera per essere una cosa sola con la morte e la risurrezione di Cristo.<br> Molti santi da allora hanno vissuto e insegnato agli altri questa esperienza spirituale della Morte. <br> <br> </font><b><font face="Century Gothic" size="4">2) La Grande Morte nel Buddismo <br> </font></b><font face="Century Gothic" style="font-size: 90%"><br> Pensando la salvezza, il Buddismo dû0grande importanza alla via negativa, all&#39;accettazione della sofferenza e della morte, allo sperimentare la morte in modo spirituale. C&#39;û0in qualche modo una visione comune di vita, dove pensare alla morte con tutto il cuore e l&#39;anima û0il modo per condurre una vita positiva ed entusiasta.<br> Gautama Buddha fece della sofferenza, della morte e della liberazione da esse il centro del suo insegnamento.<br> Possiamo vedere delle espressioni dalle &quot;Suttanipata&quot; (Parole di Illuminazione), una delle piû0vecchie scritture buddiste Pali che si dice contengano alcune delle parole del Buddha stesso:<br> <br> <br> &quot;Quelli che sono nati non hanno modo per evitare la morte; tu arrivi alla vecchiaia e poi muori. Realmente questo û0il destino di quelli che sono nati.&quot; (575)<br> &quot;Come gli oggetti di terracotta fatti dall&#39;artigiano alla fine si distruggono, cosû0û0per la vita umana.&quot; (577)<br> &quot;Sono presi dalla morte e vanno all&#39;altro mondo, e neanche il padre puû0salvare il figlio, nû0i parenti possono salvare i loro parenti.&quot; (579)<br> &quot;Cosû0le persone di questo mondo si perdono per la vecchiaia e la morte; gli uomini saggi capiscono cosû0la realtû0di questo mondo e non si rattristano.&quot; (581)<br> &quot;Uno che û0impigliato nelle illusioni e ha perso se stesso, se nel piangere e rattristarsi trova qualche utilitû0 gli uomini saggi facciano pure lo stesso.&quot; (583)<br> &quot;Ma nel pianto e nella tristezza non puû0avere la pace del cuore; l&#39;unico risultato û0nuova sofferenza e il suo corpo diviene macilento ed esausto.&quot; (584) <br> Dai tempi antichi la meditazione sulla morte (Nenshi) fu usata come un addestramento per essere liberi dalla paura della morte e dalla concupiscenza, che causa attaccamento alle cose ed impedisce la comprensione della veritû0 Pensare che la morte û0qualcosa di inevitabile, abituarsi all&#39;idea che uno deve morire, immaginare la propria morte o persone morte di fronte ai propri occhi. <br> Nel 21mo capitolo del &quot;Dai-chidoron&quot; di Nagarjuna (Mahaprajnaparamita-padesa) sono descritti piû0in dettaglio i nove tipi di meditazione sui cadaveri come un modo liberarsi dall&#39;attaccamento al corpo umano. C&#39;û0prima la percezione di un cadavere gonfio; un cadavere che cambia colore; un cadavere che si deteriora; sangue sul terreno fuoruscito da un cadavere; un cadavere coperto di pus; un cadavere lacerato da uccelli selvatici e animali; i lembi sparsi di un cadavere; percezione di ossa essiccate e bianche e infine percezione di ossa ridotte in ceneri.<br>  Nenshi (meditazione sulla morte) fu usata moltissimo come metodo di addestramento nella setta Zen in Cina e Giappone. In Giappone specialmente, i guerrieri che spesso erano in situazione di affrontare la morte, connetterono in un certo modo l&#39;addestramento Zen con la libertû0dalla paura della morte. <br> <br> Ma c&#39;û0nel Buddismo anche una via positiva, una ricerca della salvezza che sta nel migliorare se stessi, praticando con tutta la forza l&#39;ascesi religiosa severa in diversi stadi, verso lo stato di perfezione. Il Buddismo classico Tendai insegna che ci sono 52 tappe verso la perfetta Buddhitû0 come viene spiegato nello Yo-raku-kyo, un sutra Mahayana. Uno che fa voto di realizzare la perfezione û0chiamato Bodhisattva, e la sua ascesi va da 10 stadi di fede (jusshin) a 10 stadi di sicurezza (ju-ju), 10 stadi di pratica (ju-gyo), dieci stadi di devozione (ju-eko), 10 stadi di sviluppo (ju-ji); poi uno stadio di quasi Buddhitû0(to-gaku), e finalmente la Buddhitû0 perfetta (myo-gaku). <br> Uno deve cominciare con una fede forte nella perfezione e una volontû0forte per realizzarla. Poi deve tenere fissa la sua mente nella sicurezza della veritû0e riposare in essa con la meditazione. Questa concentrazione pacata sul vuoto della realtû0conduce a stadi piû0alti di comprensione. Evitare i concetti sbagliati, l&#39;ignoranza, l&#39;attaccamento alle idee; sopportare tutte le difficoltû0senza scontrarsi contro gli altri, aiutare tutti gli esseri viventi e fare il massimo sforzo per condurli alla salvezza: questi sono i primi stadi della pratica ascetica. I seguenti dieci stadi della devozione significano qui che il Bodhisattva non tiene per sû0tutti i meriti che accumula con la meditazione e l&#39;ascesi, ma per amore verso tutti gli esseri viventi, dû0via questi meriti in molti modi a quelli che ne hanno bisogno. In questo modo raggiunge uno stato di felicitû0 purezza, compassione e luminositû0 Diventa immutabile, vince le difficoltû0 û0presente dovunque e ha profonda saggezza. Lo stadio di quasi Buddhitû0(to-gaku) û0uno delle 52 tappe per ottenere e portare a perfezione la Buddhitû0 Pensando questo processo nella dimensione del tempo, esso puû0durare un numero inimmaginabile di kalpa, (periodi estremamente lunghi, detti anche eoni). In questo processo come insegna il Buddismo Mahayana, i Bodhisattva rinunciano volontariamente a completare la propria perfezione per aiutare gli altri esseri viventi e condurli tutti alla salvezza. <br> L&#39;ultima tappa &quot;Myo-gaku&quot;, û0la Buddhitû0 perfetta, dove il Bodhisattva ha sradicato completamente tutti gli inganni, ha acquisito la saggezza piû0perfetta e sperimentato l&#39;illuminazione suprema senza limite. <br> <br> Nel Buddismo Zen i maestri spesso parlano della &quot;Grande Morte&quot; (Dai-shi). Questo va oltre la pratica per raggiungere la perfezione. Si tratta di gettarsi in uno stato di morte spirituale, e si ha in cambio la piû0completa libertû0di azione. &quot;La Grande Morte innanzi tutto, e la Grande Vita apparirû0&quot; &quot;Grande Morte, Grande Vita: alla fine vi û0risurrezione.&quot; <br> Gettare via tutto il pensiero discriminante che noi di solito abbiamo, vuotare completamente la propria mente e dedicarsi alla pratica religiosa. Da qui comincerû0la vera vita nuova .<br> Come il maestro Dogen disse nella sua opera maggiore, lo Shobo-Genzo:<br> <br> <br> &quot;Con questa forza egli dû0vita ai quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria, e costringe la mente, la coscienza e la saggezza a morire la loro morte assoluta&quot; (Dogen, Shobo-Genzo, Gabyo no maki)<br> Costringere la mente, la coscienza e la saggezza a morire la loro morte assoluta û0il rifiuto completo di sû0 û0praticare la meditazione, lavorare, mangiare il riso, bere il tû0 dormire con naturalezza completa, senza disturbare la vita col pensiero e il giudizio discriminante, senza pensieri Ego-centrati. Questa vita semplice e naturale che noi possiamo vedere nelle note dei maestri Zen û0la pienezza di vita in tutto ciû0che uno fa, û0dare vita ai quattro elementi.<br> <br> Prendendo un esempio dal Mumonkan (La barriera senza ingresso), una raccolta di aneddoti dei maestri Zen cinesi compilata da Mumon Ekai nel 1229, questa Grande Morte û0come spiccare un salto in avanti dalla cima di un palo.<br> <br> <br> Il maestro Sekiso disse, &quot;Come fai tu a spiccare un salto in avanti dalla cima di un palo di trenta metri&quot;? Un altro eminente maestro antico disse, &quot;anche se uno che sta seduto sulla cima di un palo di trenta metri ha ottenuto l&#39;illuminazione, questo non û0ancora vero. Dalla cima del palo deve fare un salto in avanti e deve manifestare il suo corpo intero a tutto il mondo nelle dieci direzioni.&quot; (Mumonkan, caso 46)<br> Sedere sulla cima di un palo di trenta metri û0lo stadio di perfezione acquisito da una lunga pratica e da un addestramento religioso severo, û0il livello piû0alto a cui uno puû0arrivare. Ma qui noi possiamo vedere la caratteristica dello Zen. Questa cima del palo û0ascesi per se stessa, û0la salvezza che uno pensa di avere, ma non û0reale. <br> Uno deve abbandonare la sicurezza a cui û0arrivato col suo lungo addestramento, deve sfidare l&#39;ignoto, deve saltare con coraggio nell&#39;incertezza. Uno deve morire, il suo Ego deve rompersi a pezzi e polverizzarsi cosparso per tutto l&#39;universo, dove innumerevoli esseri viventi stanno aspettando il suo aiuto per essere liberati dalle illusioni.<br> <br> Colui che ha avuto questa esperienza û0chiamato &quot;Daishitei-no-hito&quot;, l&#39;Uomo della Grande Morte; colui che attraverso la pratica di eliminare il pensiero discriminante û0completamente morto a se stesso, colui che dalla Grande Morte ha ottenuto una vita nuova; colui che û0libero da visioni, voci udite, comprensioni e conoscenza; colui che û0libero da ogni coscienza discriminante, un uomo completamente illuminato. <br> <br> C&#39;û0un caso interessante nello Hekiganroku (La raccolta di detti della Roccia Azzurra), un altra raccolta compilata nel 1300 dai maestri Setcho Juken e Engo Kokugon. ˆÿ chiamato &quot;Jo-shu e la Grande Morte&quot;, e ci aiuta a capire in che cosa consiste l&#39;esperienza dello Zen.<br> <br> <br> Soggetto principale: Jo-shu chiese To-su, &quot;Cosa ne pensi se un uomo della Grande Morte torna di nuovo in vita?&quot; To-su rispose, &quot;Tu non dovresti andare in giro di notte; torna da me alla luce del giorno.&quot;<br> Verso di Setcho: &quot;Sempre a occhi aperti in vita, perû0lui era come se fosse morto; A cosa serve provare il maestro con qualche cosa di tabû0&quot; <br> Anche il Buddha disse che lui stesso non era ancora arrivato lû0 <br> Chi sa quando û0il momento di gettare ceneri negli occhi dell&#39;altro ? (Hekiganroku, caso 41)<br> Questo dialogo tra due grandi maestri Zen cinesi, Jo-shu Ju-shin (778-897; discepolo di Nansen), e To-su Daido (819-914 discepolo di Suibi Mugaku), a una prima lettura puû0essere difficile da capire, ma mostra la Realtû0dal punto di vista profondo dei due maestri. <br> Questo spesso û0chiamato &quot;la battaglia del Dharma&quot;. Si chiede e si risponde sempre circa l&#39;essenza della realtû0 ci si esamina l&#39;un l&#39;altro sulla comprensione della Veritû0 Qualche volta era tra il maestro e i suoi discepoli, qualche volta tra maestri stessi, e spesso fu fatta di fronte a molte persone. Non interessa se uno û0vecchio o giovane, esperto o no, avere una vasta cultura o no, û0 soltanto questione di manifestare la chiarezza del proprio occhio, la profonditû0della propria illuminazione. Era anche normale, dopo che uno era stato addestrato da un buono maestro, andare in giro visitando altri maestri per controllare il proprio grado di illuminazione, prima di cominciare a guidare altri.<br> Si dice di Jo-shu che entrû0nella vita monastica da bambino e praticû0sempre con impegno, ma fu illuminato solamente dopo circa 60 anni di pratica, sotto il maestro Nansen. Dopo che Nansen morû0lui andû0in giro per visitare alcuni maestri e incontrû0in questo periodo To-su Daido. Si stabilû0poi sul Monte Jo-shu quando aveva circa 80 anni e istruû0molti discepoli nella Via per circa 40 anni. Si dice che sia morto a 120 anni. To-su Daido era un maestro molto giovane; quando Jo-shu venne da lui, aveva soltanto 30 anni, ma giû0era responsabile del Monte To-su, e nel confronto con Jo-shu mostra la sua grandezza.<br> Nel dialogo, Jo-shu parla di un uomo che ha sperimentato la Grande Morte, uno che ha provato l&#39;inesistenza assoluta, che con la meditazione ha fermato il pensare ingannevole della coscienza ordinaria, il cui occhio û0illuminato e la cui mente û0purificata. Come cambia la sua vita dopo questa esperienza? Egli ritorna in vita, alla vita ordinaria di ogni giorno, al suo lavoro e al suo pensiero normale, all&#39;incontro con altre persone. Come viene influenzato dall&#39;esperienza dell&#39;illuminazione?<br> To-su risponde bruscamente, non andare in giro di notte come un ladro che vuol rubare qualche cosa, non c&#39;û0nulla da prendere dalla cosiddetta &quot;esperienza di satori.&quot; Non voglio parlare circa questa buia esperienza mistica, dimenticalo. Vieni da me durante il giorno, guarda alla vita quotidiana, questo û0il vero mondo; questa û0la Vera Vita.<br> Certamente la morte spirituale û0assolutamente necessaria per capire la Realtû0 ma uno deve dimenticare questa esperienza. Se c&#39;û0anche solo un piccolo attaccamento ad essa, non û0reale, û0di nuovo l&#39;Ego che prova piacere nel suo conseguimento spirituale.<br> Setcho, commentando questo dialogo aggiunge: Jo-shu era illuminato ed era come morto a se stesso; che bisogno c&#39;era di esaminare il maestro To-su con una domanda che sapeva non avrebbe dovuto chiedere? La Grande Morte û0un morire interminabile; Nemmeno gli antichi Buddha e i grandi maestri possono mettere un limite ad essa. Non c&#39;û0una cosa come &quot;sono arrivato a perfezione.&quot; Ma questo gettarsi cenere negli occhi l&#39;un l&#39;altro provoca a morire di piû0 a morire interminabilmente. Questa û0la spada del maestro che uccide e che dû0la vita.<br> <br> Il maestro Dogen (1200-1253), il grande maestro giapponese del periodo di Kamakura che portû0dalla Cina il metodo di meditazione Zen nella forma della scuola So-to, chiama quest esperienza: &quot;Shinjin-datsuraku&quot;, Corpo e mente caduti via. Corpo e mente, cuore e anima completamente dimenticati e liberi da ogni restrizione e attaccamento.<br> Quando era giovane non era soddisfatto del Buddismo classico che studiû0al Monte Hiei a Kyoto. Egli aveva trovato una discrepanza tra l&#39;ideale della pratica ascetica e il migliorare se stesso verso la Buddhitû0perfetta, e il pensiero &quot;Hongaku&quot; portato in Giappone da Saicho, secondo cui ogni essere vivente ha in se stesso la natura del Buddha, e il &quot;satori&quot; û0innato in ogni persona. <br> ˆÿ detto nelle &quot;Note dei Tre Grandi Venerabili&quot;, una raccolta di scritti della scuola So-to che narra la storia di Dogen, Ejo e Ghikai, i primi tre abati del monastero d Eiheiji:<br> <br> <br> Studiando l&#39;essenza dei maestri e il vasto insegnamento del Buddismo, ho potuto imparare che la propria natura û0la stessa cosa della veritû0 originale e assoluta. In questo anche il Buddismo classico e la scuola esoterica sono d&#39;accordo. Ma qui sorge un grande dubbio: perchû0mai i Buddha e i maestri di tutti i tempi hanno bisogno di diventare monaci e dedicarsi ad una pratica religiosa severa? <br> Se l&#39;uomo û0un Buddha dalla sua nascita, perchû0non puû0 vivere secondo la mente di Buddha, perchû0non vede la luce della veritû0 perchû0û0 impigliato in molti inganni e si rende cieco e soffre?<br> Per capire meglio la natura dell&#39;uomo, la veritû0e il modo di ottenere la liberazione dagli inganni Dogen andû0in Cina alla ricerca di un buon maestro, e dopo aver visitato molti luoghi finalmente incontrû0il maestro Nyojo, il maestro giusto.<br> Da lui imparû0il &quot;corpo e mente caduti via.&quot;<br> Una volta stava meditando nella sala e il monaco vicino a lui, che era stanco, si era addormentato. Da dietro il maestro Nyojo gridû0 &quot;Questo û0il tempo per dedicarti completamente alla meditazione, come se il corpo e la mente fossero caduti via, e perchû0tu dormi&quot;?. Dogen si ricorda di avere avuto in quel momento una profonda comprensione e quando piû0tardi andû0a incontrare il maestro, dopo aver bruciato l&#39;incenso di fronte a lui come saluto, il maestro gli disse: &quot;Che cos&#39;û0questo bruciare l&#39;incenso?&quot;. Dogen rispose: &quot;Eccomi qui, il corpo e la mente sono caduti via.&quot; Il maestro di nuovo: &quot;Veramente corpo e mente sono caduti via. &quot;Cader via&quot;, questo û0il corpo e la mente&quot;, e approvû0 l&#39;illuminazione di Dogen. Il corpo e la mente di Dogen ora erano liberi da qualsiasi attaccamento, egli aveva compreso che non c&#39;era nulla da trovare o da ottenere. Lo stesso sedere in meditazione era una manifestazione dell&#39;illuminazione; la posa corretta, la mente quieta e libera da pensieri e preoccupazioni sono esse stesse lo splendore della natura di Buddha che uno ha in sû0dalla sua nascita.<br> Questo û0un insegnamento tipico di Dogen: la pratica religiosa e l&#39;illuminazione sono una cosa sola. Uno non pratica meditazione per arrivare a qualche cosa, a qualche livello piû0alto di coscienza, ma la pratica come spinto da dentro dalla sua Natura Essenziale, questo û0&quot;satori&quot;, questo û0capire la realtû0 <br> Dall&#39;altra parte la meditazione e la pratica nella vita d ogni giorno ampliano e approfondiscono la propria comprensione della realtû0<br> Il centro dell&#39;insegnamento di Dogen û0 solamente sedere in meditazione (Shikantaza). Non pensare a nessuna cosa, non volere assolutamente nulla, nemmeno l&#39;illuminazione, non guastare la bellezza della realtû0con attaccamento ad esperienze mistiche. La meditazione si compie da sola, la Grande Vita si sta mostrando, il Buddha Eterno sta meditando. E lo stesso û0per la vita d ogni giorno. Camminare, sedere, dormire, mangiare, bere, lavorare, leggere, pregare, parlare con altre persone, aiutare gli altri, tutto questo non û0opera propria, questo û0la Realtû0al lavoro, non c&#39;û0posto per nessun Ego. Tutto ciû0che accade in noi o intorno a noi û0soltanto &quot;Il gioco della Grande Inesistenza.&quot;<br> <br> <br> </font><b><font face="Century Gothic" size="4">3) L&#39;Esempio Di San Giovanni della Croce<br> </font></b><font face="Century Gothic" style="font-size: 90%"><br> San Giovanni della Croce, il grande mistico spagnolo del XVI secolo, aveva come caratteristica della sua vita e del suo insegnamento un rifiuto completo di se stesso, l&#39;accettazione della povertû0 sofferenza e umiliazione come un&#39;imitazione della croce di Cristo. Lui guidû0molte persone religiose, insegnando loro a morire al vecchio uomo cosû0che uno puû0essere fatto rinascere da Dio in modo soprannaturale. <br> Una delle sue parole favorite era &quot;nada&quot;, nulla e in qualche modo ha delle somiglianze col Buddismo Zen. Nel disegno del Monte Carmelo, quando lui scrive nel centro:<br> &quot;Il percorso del Monte Carmelo, lo spirito perfetto: nulla nulla nulla nulla nulla nulla, e anche sul Monte nulla&quot;, le sue parole assomigliano a quelle di un maestro Zen.<br> Lui diede ai molti frati, monache e laici che chiesero la sua guida spirituale, consigli concreti sul come morire a sû0stesso, ai peccati, alle passioni ed enfatizzû0l&#39;importanza di un completo rifiuto di se stesso per arrivare all&#39;unione con Dio, la felicitû0suprema dell&#39;anima. Questo rifiuto completo û0&quot;La Morte&quot; come un addestramento che dura tutta la vita, per ottenere la liberazione dall&#39;Ego. L&#39;Unione con Dio, sebbene puû0essere un&#39;esperienza mistica e provvisoria, û0la coscienza profonda che trasforma la vita di uno, che gli fa accettare tutto con gioia, anche le sofferenze piû0amare e rende uno capace d amare e volere bene a tutte le persone. <br> <br> Nei suoi scritti, specialmente &quot;L&#39;Ascesa del Monte Carmelo&quot; e &quot;La Notte Scura&quot; paragona il viaggio spirituale verso l&#39;unione con Dio ad una notte scura che l&#39;anima deve passare.<br> La prima parte di questa notte û0la purificazione dai desideri che sono un peso per l&#39;anima nel viaggio spirituale. La seconda parte û0una purificazione della tre facoltû0dell&#39;anima: intelletto, memoria e volontû0 L&#39;Intelletto û0purificato cosû0che l&#39;anima possa essere perfetta nella virtû0della fede; la memoria û0purificata cosû0che l&#39;anima possa essere perfetta nella virtû0della speranza, e la volontû0û0purificata cosû0che possa essere perfetta nella virtû0della caritû0 <br> Nel primo libro della &quot;Ascesa&quot; circa la necessitû0di mortificare i desideri egli parla del danno che essi fanno all&#39;anima, come essi tormentano l&#39;uomo, lo oscurano, lo accecano e lo corrompono, indeboliscono l&#39;anima e la rendono tiepida nella pratica della virtû0 Cosû0bisogna liberarsi da tutti i desideri, anche i piû0piccoli per raggiungere l&#39;unione con Dio.<br> Nel tredicesimo capitolo del primo libro da&#39; alcuni consigli pratici sul come entrare &quot;nella notte dei sensi&quot;, e purificare i desideri.<br> <br> <br> Le massime seguenti contengono un rimedio completo per mortificare e pacificare le passioni. Se messe in pratica, queste massime daranno meriti abbondanti e grandi virtû0<br> Sforzati di essere sempre inclinato:<br> non al piû0facile, ma al piû0difficile;<br> non al piû0delizioso, ma al piû0aspro;<br> non al piû0gratificante, ma al meno piacevole;<br> non a ciû0che vuol dire riposo per te, ma al lavoro duro;<br> non a ciû0che consola, ma a quanto non consola;<br> non al massimo, ma al minimo;<br> non al piû0alto e prezioso, ma all&#39;infimo e al piû0 disprezzato;<br> non a volere qualche cosa, ma a volere nulla;<br> non andare in giro cercando il meglio delle cose temporali, ma il peggio;<br> e desidera di entrare per Cristo nella nuditû0completa, nel vuoto, e nella povertû0in ogni cosa del mondo.<br> Tu dovresti abbracciare sinceramente queste pratiche e tentare di superare la ripugnanza della tua volontû0verso di esse. Se le mettessi sinceramente in pratica con ordine e discrezione, scopriresti in loro grande delizia e consolazione.<br> (L&#39;Ascesa del Monte Carmelo, 1, 13 5-7)<br> Questo modo di pensare di San Giovanni della Croce fu influenzato grandemente dalla propria vita. Egli fu molto povero nella sua infanzia ed ebbe una vita di privazioni. Come frate divenne famoso per la sua intimitû0con Dio, la su profonda intuizione e l&#39;abilitû0di guidare persone; ma patû0la gelosia da parte di altri frati. Quando insieme con Madre Teresa di Gesû0cominciû0la riforma dell&#39;ordine Carmelitano, incontrû0molte incomprensioni, e dovette soffrire persecuzioni e perfino l&#39;imprigionamento. Tutti queste fatiche normalmente indurirebbero il cuore e farebbero sû0 che uno si rivolti contro il mondo, ma Giovanni accettû0tutto come una prova da Dio, come un modo per purificare e raffinare la propria anima. Attraverso l&#39;esperienza della sofferenza e il rifiuto di sû0 egli potû0sperimentare una profonda intimitû0col mistero di Cristo, potû0provare grandi consolazioni spirituali, e fu ripieno di comprensione e compassione per i sofferenti.<br> Suo padre veniva da una famiglia ricca di commercianti di seta di Toledo, ma fu escluso e privato delle proprietû0della famiglia perchû0sposû0 nonostante l&#39;opposizione dei membri della famiglia, una donna di ceto basso. Cosû0scelse una vita di povertû0e lavorû0sodo con sua moglie. Giovanni nacque nel 1542, ma subito dopo il padre morû0e la famiglia fu ridotta in estrema povertû0 La madre Catalina si vide rifiutare ogni aiuto che chiese alla famiglia del marito, e dovette lavorare sodo per allevare i tre bambini. A Giovanni fu fatto frequentare la Scuola del Catechismo, un&#39;istituzione che come un orfanotrofio si prendeva cura dei bambini dei poveri, dando loro cibo, vestiti e istruzione elementare. Giovanni cominciû0anche lavorare molto giovane, e imparû0molti mestieri attraverso l&#39;apprendistato da artigiani locali. Quando aveva 17 anni stava lavorando in un ospedale, e gli fu permesso di frequentare il collegio dei Gesuiti a Medina del Campo, dove potû0studiare grammatica, retorica, greco, latino e religione, purchû0continuasse il suo lavoro all&#39;ospedale. In seguito sentû0un forte desiderio per la vita religiosa e a 20 anni entrû0nell&#39;ordine Carmelitano, e fu ordinato prete a 24 anni. <br> Poco dopo incontrû0Madre Teresa di Gesû0che gli chiese di aiutarla nella riforma dell&#39;ordine Carmelitano che voleva intraprendere. Lo scopo era portare al convento una maggiore vita contemplativa, piû0preghiera mentale, piû0povertû0 nel modo di abitare, di vestire, di mangiare e una maggiore separazione dal mondo. Ai frati fu anche richiesto di andare a piedi nudi e per questo essi furono chiamati &quot;Carmelitani Scalzi&quot;. La riforma piacque a molte persone giovani, e il gruppo aumentû0rapidamente in numero. Ma molti nell&#39;ordine si sentirono minacciati da questa riforma, e tentarono ogni sforzo per fermarli. Con l&#39;aiuto del Nunzio Del Papa l&#39;ordine tentû0di sopprimere la riforma, e Giovanni stesso fu arrestato e tenuto prigioniero per piû0di mezzo anno in un convento di Toledo. Quasi ogni giorno gli fu chiesto di rinunciare alla riforma, ma egli non acconsentû0 e la sua ribellione fu punita con molestie e frustate, cosû0dure che ci vollero anni per guarire le ferite. <br> La riforma fu riconosciuta piû0tardi attraverso l&#39;intervento del re Filippo II nel 1580 e Giovanni ebbe alcuni anni di calma e di pace e potû0passare il suo tempo in contemplazione e nel suo lavoro preferito: ascoltare le confessioni e dare guida spirituale a monaci, monache, e persone laiche.<br> Ma verso il 1590, ebbe di nuovo guai, e stavolta all&#39;interno della riforma stessa. Fra&#39; Giovanni contrastû0l&#39;opinione del Vicario generale dei Carmelitani scalzi su delle questioni durante il capitolo, e l&#39;anno seguente non venne rieletto a nessun incarico nell&#39;ordine riformato.<br> Questo incidente poteva ferire chiunque, specialmente chi spese cosû0tanta energia per il bene dell&#39;ordine e soffrû0tanto per esso, ma Fra&#39; Giovanni accettû0questa situazione come un dono di Dio. Dio gli stava dando il riposo di cui aveva bisogno; lasciato da parte e alleviato dalle responsabilitû0e dal lavoro, aveva piû0tempo per vivere in contemplazione profonda. <br> L&#39;anno dopo si ammalû0e morû0a Dicembre dopo aver trascorso del tempo in un convento a Ubeda, pressochû0dimenticato da tutti e soffrendo la molestia di un confratello ostile che provava antipatia per Giovanni per la sua reputazione di santitû0 Scelse lui stesso quel luogo perchû0nessuno sapesse dov era.<br> Le seguenti parole dal secondo libro dell&#39; &quot;Ascesa del Monte Carmelo&quot; rivelano come egli fermamente credette nella necessitû0di negare se stesso e prendere la croce sui passi di Gesû0<br> <br> <br> Oh, chi puû0spiegare l&#39;estensione del rifiuto di se stessi che il nostro Signore desidera da noi! Questa negazione di sû0deve essere simile a una completa morte temporale, naturale e spirituale, ovvero, per riferimento alla stima della volontû0che û0la fonte ogni rifiuto.<br> Il nostro Salvatore si riferû0a questo quando dichiarû0 Colui che desidera salvare la propria vita la perderû0(se qualcuno vuole possedere qualche cosa, o lo cerca per se stesso, lo perderû0; Perchû0chi vorrû0salvare la propria vita, la perderû0 ma chi perderû0la propria vita per causa mia, la troverû0 [Mt.16:25; Lk.9:24]. La seconda affermazione significa: Colui che rinuncia per Cristo a tutto quanto la sua volontû0puû0 desiderare e puû0godere, scegliendo quello che ha piû0somiglianza alla croce - che il nostro Signore nel vangelo di San Giovanni chiama &quot;odiare la propria vita [Gv. 22:25] - costui la guadagnerû0<br> Sua Maestû0nostro Signore insegnû0questo ai due discepoli che vennero a chiedergli di stare alla Sua destra e sinistra. Senza rispondere alla loro richiesta di gloria, Egli offrû0loro il calice che lui stesso stava per bere, come qualcosa di piû0sicuro e piû0prezioso su questa terra che non il godimento. [Mt. 20:22]<br> Questo calice simboleggia la morte a se stesso attraverso lo spogliamento e l&#39;annientamento. Come risultato di questa morte uno puû0 camminare lungo la strada stretta nella parte sensibile della sua anima, come noi dicemmo, e nella parte spirituale (nella sua comprensione, gioia e sentimenti)<br> (L&#39;Ascesa del Monte Carmelo, II, 7 6.7)<br> Uno puû0chiedere che salvezza c&#39;û0nella povertû0 nelle privazioni, nelle incomprensioni, persecuzioni e sofferenze. Alcuni possono pensare alla salvezza solo come una ricompensa nel mondo futuro, dopo un intera vita di sofferenza e perseveranza.<br> Ma noi possiamo vedere in San Giovanni che il rifiuto di sû0 insieme con la preghiera continua e la pratica della caritû0trasformû0la sua vita intera nella vita piû0felice che uno potesse desiderare, e fu capace di dare amore, pace e felicitû0a ognuno.<br> <br> Mi sembra di riconoscere innanzitutto la Vita Nuova di San Giovanni nel carattere gioioso che sempre aveva. Egli aveva un dono speciale per l&#39;umorismo e nonostante come superiore fosse naturalmente serio, amava far ridere le persone. I frati erano felici di averlo insieme a ricreazione. Lui notava immediatamente persone tristi e depresse e cercava di alleviare la loro tristezza con parole gentili. Come superiore usava sempre gentilezza e caritû0nel correggere le persone e mai usû0 metodi aspri. Era paziente con tutti; nel sacramento della penitenza per esempio, i peccatori induriti, gli scrupolosi o altri che di solito i confessori non gradiscono, cercavano lui, e lui non limitû0i suoi sforzi per capirli e dare loro pace. <br> Nel convento spesso chiedeva l&#39;opinione degli altri frati circa molti problemi che accadevano. Tutto questo creava intorno a lui un ambiente di serenitû0e di gioia. <br> Egli era sempre ripieno di fiducia e libero da ogni preoccupazione e ansia. In tempi in cui il convento era molto povero, lui incoraggiû0 ognuno ad essere fiduciosi nell&#39;aiuto di Dio, e ogni volta l&#39;aiuto arrivû0in modi misteriosi. Quando perseguitato da altri religiosi dell&#39;ordine, lui vide in quello la mano di Dio, ed esortû0altri a non essere turbati per i persecutori, ma a ringraziare Dio per le prove che raffinano la propria anima. In tale modo il suo atteggiamento aiutû0a tenere sempre un&#39;atmosfera di calma e di pace nel convento .<br> <br> Un altro aspetto della sua Vita Nuova fu come lui sempre si sentû0in unitû0di spirito con tutte le persone, sentendo le loro necessitû0 le loro sofferenze e sempre li aiutava, ripieno di amore bruciante. La sua cura piû0speciale era per i poveri. Lui stesso ebbe un&#39;infanzia molto povera, e in quei tempi di sfortuna e di bisogno materiale, spesso andû0oltre la direzione spirituale e diede soldi a diverse persone dai piccoli fondi del convento, o qualche volta andû0fuori a mendicare per aiutare dei poveri che non potevano mendicare da soli.<br> Inoltre ebbe una preoccupazione speciale per gli ammalati. Il suo lavoro nell&#39;ospedale di Medina quand&#39;era giovane, gli lasciû0una profonda compassione per gli ammalati. Spendeva lungo tempo vicino al letto dei suoi frati, parlando e incoraggiandoli; o andava in cucina a preparare dei pasti speciali per gli ammalati. Quando c&#39;era bisogno di qualche medicina costosa , andava in giro lui stesso a chiedere elemosine per comprarle.<br> Spesso anche condivideva il lavoro manuale che opprimeva i frati o le monache dove lui andava per le confessioni. Costruire muri, fare riparazioni, o anche intraprendere compiti umili come scopare o fregare i pavimenti o pulire il giardino. <br> Amava moltissimo la natura, e qualche volta conduceva i suoi frati in montagna per ricreazione, o passava lungo tempo pregando vicino al fiume o meditando nella quiete di una caverna.<br> Meditava la Bibbia (il suo libro preferito) e la liturgia della Chiesa con tale intensitû0che il suo aspetto cambiava. Una volta durante la Settimana Santa soffrû0cosû0intensamente per la Passione di Cristo che non poteva lasciare il convento per ascoltare le confessioni delle monache. Una volta a Natale prese la statua di Gesû0Bambino nelle sue braccia e andû0in giro per il convento cantando e ballando con gioia. <br> Tutti questa gioia e il grande amore che sentiva verso tutte le persone, derivava dalla sua unitû0e intimitû0con Dio. Durante la preghiera a volte arrivava a estasi profonde e dimenticava tutto. C&#39;û0un racconto famoso come una volta alla festa della Santa Trinitû0mentre parlava con Madre Teresa di Gesû0circa il mistero della Trinitû0 entrambi caddero improvvisamente in estasi profonda e furono elevati in alto dalla forza dello Spirito. Madre Teresa disse in seguito: &quot;Uno non puû0parlare di Dio a Padre Giovanni della Croce perchû0lui subito va in estasi e causa lo stesso agli altri.&quot;<br> Fra&#39; Giovanni stesso, parlando a proposito della Vita Nuova disse:<br> <br> <br> Spiritualmente parlando, ci sono due generi di vita:<br> Una û0beatifica, e consiste nella visione di Dio che si ottiene dopo la morte naturale, come San Paolo dice: Sappiamo infatti che quando verrû0disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un&#39;abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. [2 Cor. 5:1]<br> L&#39;altra û0la perfetta vita spirituale, il possesso di Dio attraverso l&#39;unione di amore. Questa û0acquisita attraverso la mortificazione completa di tutti i vizi e i desideri e della propria natura. Fino a che questo non û0 realizzato, uno non puû0arrivare alla perfezione della vita spirituale di Unione con Dio; come l&#39;Apostolo stesso dichiara in queste parole: &quot;Se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l&#39;aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.&quot; [Rom. 8:13] (la Viva Fiamma dell&#39;Amore, Stanza 2 n.32)<br> In questo modo, piû0che in ogni altro, la comprensione di salvezza come morire a se stessi con Cristo e vivere la Vera Vita della Risurrezione, û0 particolarmente chiaro nella vita e insegnamento di San Giovanni della Croce.<br> <br> </font><b><font face="Century Gothic" size="4">4) Pratica della Meditazione Zen<br> &nbsp;</font></b></p> <p><font face="Century Gothic" style="font-size: 90%">Infine vorrei dire qualche cosa circa la mia esperienza personale di meditazione Zen con Padre Enomiya Lassalle e il Maestro Yamada Ko-un. Essi mi hanno insegnato che l&#39;esperienza della morte consiste nell&#39;essere semplici, nel dimenticare sû0stessi; vivere in modo giusto e vero e praticare continuamente la meditazione. Meditare con impegno, non per ottenere qualche cosa, ma per dimenticare sû0 stessi e capire in profonditû0la nullitû0di sû0e del tutto. Questa û0libertû0e veritû0 Inoltre, controllare se quello che û0compreso û0vissuto nella vita di ogni giorno (personalizzazione dell&#39;esperienza). Vedere nei sentimenti, nei pensieri, nel modo di incontrare le persone, nel modo di affrontare i problemi, se uno si û0veramente svuotato ed û0libero. La prova della vera comprensione (satori), û0la capacitû0di essere una cosa sola con tutte le persone, û0di essere a proprio agio in ogni situazione. Se non c&#39;û0questo, non ci puû0essere la &quot;Vita Nuova&quot;, non ci puû0essere salvezza, û0solamente una spiritualitû0fatta di parole e di idee.<br> <br> Il mio primo sesshin (ritiro Zen di diversi giorni) con Padre Lassalle a Shinmeikutsu (la casa di ritiro Zen cattolica, sui monti alla periferia di Tokyo) fu alla fine di marzo del 1979. Ero giû0abituato da prima a sedere in meditazione Zen da solo, ma quella era la prima volta che partecipavo a un sesshin completo di cinque giorni, e non immaginavo come sarebbe stato. L&#39;amico con cui andai aveva partecipato giû0molte volte a dei sesshin, e mi disse non era cosû0duro. Avrei sentito male alle gambe all&#39;inizio, ma poi mi sarei abituato.<br> Con molta fiducia entrai nella casa di ritiro e mi sentii subito a mio agio col silenzio e l&#39;austeritû0di Shinmeikutsu, e pensai che per me sarebbe stato un buon sesshin . <br> Mi sedetti un po&#39; nello Zendo (sala di meditazione) da solo per gustarne l&#39;atmosfera, e poi avemmo un incontro di introduzione e di spiegazione dettagliata dei giorni del sesshin.<br> L&#39;orario era piuttosto severo, con davvero molto tempo di meditazione. Non avevo problemi col silenzio e pensai che sarebbe stata una bella esperienza lo stare una settimana intera senza parlare. Mi piaceva anche il cibo giapponese vegetariano e non mi preoccupai piû0di niente.<br> <br> Il seguente û0l&#39;orario quotidiano del sesshin a Shinmeikutsu. E&#39; anche lo stesso orario dei sesshin nei monasteri Zen dai tempi antichi:<br> <br> <br> 4:00 Levata<br> 4:20 Zazen (sedere in meditazione zen)<br> 5:00 Messa, Zazen<br> 6:00 Colazione<br> 6:30 Samu (lavoro manuale), interruzione<br> 7:30 Zazen (40 minuti), Kinhin (camminare in meditazione) <br> 8:30 Conferenza sullo Zen<br> 9:30 Zazen, Dokusan (incontro privato col Maestro), Kinhin.<br> 10:30 Zazen<br> 11:00 Pranzo, momento di riposo<br> 1:30 Tû0 Zazen, Kinhin<br> 2:30 Zazen, Dokusan, Kinhin<br> 3:30 Zazen, Kinhin, preghiera della sera<br> 4:30 Cena<br> 6:30 Zazen, Kinhin<br> 7:30 Zazen, Dokusan, Kinhin<br> 8:30 Zazen<br> 9:00 Ultime istruzioni del maestro, Tû0/i&gt;<br> 9:30 Riposo<br> Il primo giorno ci alzammo alle 4:00. In 15 minuti ero pronto ed entrai nella sala di meditazione, sedetti in posizione aspettando la campana che dû0il segnale d&#39;inizio dello zazen. Nel silenzio profondo nessuno si muoveva , sembrava perfino che nessuno respirasse. Il suono vibrante dei tre colpi di gong entrû0nei miei orecchi e nel mio cuore profondamente, conducendomi a un piû0profondo silenzio interiore. Continuai a seguire mentalmente il respiro e capii che per me stava iniziando una vita nuova. Finalmente potevo avere un vero addestramento Zen con un buon maestro, una cosa che desideravo da molto tempo.<br> Dopo lo zazen ci fu kinhin, la meditazione camminando, poi la Messa. La colazione fu molto semplice, riso in brodo con un po&#39; di tsukemono, le salamoie giapponesi. Seguû0il samu: lavoro nella casa, pulire la sala di meditazione, i corridoi, i gabinetti; oppure fuori, pulendo intorno alla casa, e il giardino.<br> Una piccola interruzione e di nuovo zazen. 40 minuti erano un po&#39; lunghi e le mie gambe cominciavano a far male piû0che mi aspettassi ma tentai di concentrarmi meglio che potevo. Padre Lassalle ci tenne una conferenza circa il corretto modo di sedere della meditazione Zen, poi di nuovo zazen, kinhin, zazen fino alle 11:00 quando ci fu il pranzo e poi potemmo riposare per un paio d&#39;ore. Si dovrebbe essere concentrati continuamente, anche durante il riposo, ma ruppi il silenzio per parlare del mal di gambe con l&#39;amico con cui condividevo la stanza. Lui mi rassicurû0che il primo giorno û0sempre duro, ma dal secondo giorno ci si abitua. Nel pomeriggio la meditazione divenne piû0difficile per il dolore di gambe. Stavo facendo del mio meglio ma il tempo sembrava cosû0lungo, non potevo concentrarmi bene, e aspettavo solo la fine della seduta. Venne il momento della cena, una breve interruzione e di nuovo lo zazen. In qualche modo vennero le 9 di sera e sentii un grande sollievo per aver terminato la giornata. Nelle ultime istruzioni Padre Lassalle ci consigliû0di non allentare mai la concentrazione, impegnandoci al meglio nello zazen, come se fosse una questione di vita o di morte.<br> <br> Il secondo giorno cominciai lo zazen di nuovo con tutta la forza ma compresi che le gambe ancora facevano male. <br> La conferenza di Padre Lassalle fu circa l&#39;effetto della meditazione Zen, e fui colpito e ripresi speranza quando lui parlû0di &quot;Joriki&quot;, la forza spirituale che viene dalla meditazione. Qualcosa che migliora le funzioni di tutto il corpo e allevia anche il dolore. Il pomeriggio sedere in zazen divenne di nuovo molto difficile. Capii che non stavo migliorando, ma perdendo coraggio. Non mi stavo concentrando, ma soltanto desideravo fortemente che la seduta finisse presto. Qualche volta perfino contavo i miei respiri fino a cinquanta, immaginando che nel frattempo il gong avrebbe certamente segnalato la fine della seduta. Qualche volta il dolore era cosû0 forte che tutto il mio corpo tremava, e quando mi alzavo alla fine della seduta non potevo stare in piedi. Cominciavo a dubitare che avrei potuto finire i cinque giorni di meditazione zen. Alla seduta della sera le cose peggiorarono. Cominciai a pensare che il giorno seguente, avrei potuto prendere l&#39;autobus al mattino presto e abbandonare il sesshin. Forse non ero preparato fisicamente, forse ero troppo stanco, avrei dovuto fare piû0esercizio fisico prima di andare a un sesshin. Avrei potuto fare meglio la prossima volta. <br> Ricordai la fiducia che avevo in me stesso quando cominciai il giorno prima. Veramente volevo praticare zazen, e spesso dicevo agli amici che lo zazen era per me. Lo Zazen era il modo per approfondire l&#39;intuizione e comprendere la Veritû0 cosû0com&#39;û0 Ero sicuro che era il modo di vivere adatto a me. <br> Potei vedere che non era una questione di preparazione fisica, ma era come se dovessi morire a me stesso, non solo nelle idee e i sentimenti, ma anche con tutto il mio corpo. Stavo mentendo, stavo prendendomi molta cura del mio caro &quot;Io&quot;. Stavo mostrando agli altri un&#39;immagine spirituale di me, qualcuno a cui piace la meditazione e puû0praticare zazen. Pensavo di essere &quot;un bravo meditante&quot;, come dicono nello Zen. Ma la bugia divenne chiara a causa del dolore di gambe, la maschera sbriciolû0via e mi sentii pieno di vergogna di me stesso. Se avessi lasciato il sesshin il giorno seguente, non sarei mai potuto sedere di nuovo, avrei trovato sempre delle scuse per rimandare la meditazione, o avrei pensato che forse non avevo bisogno di meditazione zen per niente, e potevo benissimo usare soltanto la preghiera cristiana stando seduto comodamente. Non erano solo le mie gambe che stavano facendo male ma tutto me stesso, specialmente il mio orgoglio. <br> Sentii che le mie guance erano bagnate. Lacrime calde stavano fluendo lentamente dai miei occhi e la mia respirazione era eccitata. <br> <br> Decisi di non andare via. Volevo finire il sesshin. Volevo praticare zazen, e arrivare all&#39;esperienza di comprendere la Veritû0come facevano i maestri Zen. Pensai ai martiri cristiani al tempo delle persecuzioni, o ai prigionieri politici in alcuni paesi che sopportano le torture per i loro ideali e che anch&#39;io potevo sopportare un po&#39; di dolore di gambe. Il giorno seguente quando ebbi la prima opportunitû0 di incontrare Padre Lassalle privatamente, gli dissi sinceramente che non riuscivo piû0a sopportare il dolore di gambe ma che volevo continuare fino alla fine. Lui mi disse che potevo sedere da solo nella stanza piccola fuori dalla sala di meditazione, cosû0avrei potuto muovere le gambe quando il dolore era troppo forte e non avrei disturbato gli altri. Feci quanto mi disse, ma con un forte sentimento di fallimento vedendo gli altri sedere silenziosi nella sala. <br> Il quarto giorno non potevo sedere cinque minuti senza muovermi, e fui consigliato di sedere con le gambe diritte in giû0lungo il rialzo del posto di meditazione. Il quinto giorno anche la mia spina dorsale cominciû0a far male, ma non dissi piû0niente. Alla fine dell&#39;ultima seduta della sera qualcuno colpû0l asse di legno fuori della sala di meditazione per segnare la fine del sesshin. Prima lentamente, poi piû0veloce con ritmo crescente, come il suono di una biglia di vetro che cade sul pavimento. I cinque giorni trascorsi mi erano sembrati degli anni e quel suono mi parve un sollievo molto grande, sebbene sentissi che mi stava invitando ad altri sesshin e a un addestramento piû0lungo. <br> Quando il sesshin era finito dissi a Padre Lassalle che era stata una grande esperienza per me; era come se fossi morto a me stesso, o a quello che credevo di essere. Lui rise e mi disse che nessuno û0mai morto per essere stato seduto in meditazione, che il mio impegno deciso verso la meditazione zen era una buona cosa ma era solo metû0della Via, l&#39;altra metû0consisteva nel continuare la meditazione per tutta la vita. <br> Dopo quella volta presi di nuovo parte a molti sesshin. Questi non furono cosû0dolorosi come il primo; poco per volta mi stavo abituando. Non era il dolore alle gambe che diminuiva ma la determinazione che era aumentata con la pratica. Qualche volta potevo sedere realmente in concentrazione profonda e sentirmi a mio agio, ma qualche volta non riuscivo a concentrarmi, preoccupato di diverse cose. La pratica Zen û0 lenta e richiede lungo tempo, richiede tutta la vita. <br> Dopo cinque anni ebbi il forte desiderio di approfondire la concentrazione e l&#39;intuizione, dedicando piû0tempo alla meditazione, sotto la guida di un maestro. Potei ottenere un anno libero da impegni parrocchiali e seguire la guida del maestro Yamada Ko-un di Kamakura, a cui fui presentato da Padre Lassalle. Andai a vivere a Kamakura affittando una stanza e ogni sera dalle 6:30 alle 9:00 frequentavo il San-Un Zendo dove insieme con 20 o 30 altre persone potevo sedere in meditazione e avere quasi ogni sera l&#39;incontro privato col maestro Yamada. Avevamo ritiri zen due volte al mese per tutta la domenica e ogni circa due mesi avevamo sesshin di 4 giorni o 5 giorni. <br> <br> Il maestro Yamada mi accettû0come discepolo il 21 Gennaio 1984. Il suo insegnamento negli incontri privati con me cominciû0col primo caso del Mumonkan: &quot;Il cane di Jo-shu&quot; . <br> &quot;Quando pratichi meditazione, ripeti mentalmente &quot;Mu&quot;( il Nulla) a ogni respiro; non cercare altro se non di divenire una cosa sola con il Mu. Non pensare quando mediti, ma solo ripeti mentalmente &quot;Mu, Mu Mu&quot;, e la prossima volta portami la risposta. Che cosa û0il Mu? <br> Feci quanto mi disse. Ripetevo continuamente Mu quando meditavo; qualche volta mentre viaggiavo in treno, e ogni qualvolta potevo riposare la mente prima di dormire, stavo ripetendo mentalmente Mu. Ma ogni volta che incontravo il maestro Yamada nell incontro privato, le mie risposte erano soltanto idee e pensieri circa il Mu. Ogni tentativo era rifiutato e non sapevo piû0che cosa rispondere. <br> &quot;Non ti ho detto di pensare al Mu, soltanto di portarmelo. Se tu realmente divieni uno con il Mu dovresti capirlo. Ripeti Mu quando respiri, a ogni respiro, non perderlo mai. Se hai distrazioni, ogni volta torna indietro al Mu, torna sempre indietro al Mu, ripeti Mu soltanto come uno stupido, per sempre. Non preoccuparti del significato del Mu. Non û0filosofia, non û0teologia, Mu û0solamente Mu.&quot; <br> Qualche volta non sapevo come rispondere, e dicevo &quot;sto ancora cercando il Mu.&quot; Lui era tagliente nel rispondere: <br> &quot;Non devi cercare il Mu, il Mu cerca se stesso. Questo û0il Mu&quot; <br> e guardandomi fisso disse con respiri profondi: <br> &quot;Mu, Mu, Mu. Tu devi dimenticare te stesso e soltanto ripetere Mu, all&#39;infinito. La pratica del Mu û0senza fine. Devi fonderti nel Mu. I tuoi sono solo pensieri, non û0il Mu. Impegnati di piû0 impegnati di piû0 Non c&#39;û0l Io, non c&#39;û0il pensare, c&#39;û0solamente il Mu. <br> Ricorda quanto disse il maestro Harada: Il Mu sta muificando il Mu.&quot; <br> Quasi ogni volta che incontravo il maestro era la stessa cosa. Cominciai ad avere paura di lui. Stavo facendo del mio meglio, almeno nella mia intenzione. <br> <br> Ad Aprile un giorno dissi al maestro Yamada che avevo cominciato a frequentare dei corsi sul Buddismo all&#39;universitû0Komazawa di Tokyo, pensando che lui sarebbe stato contento. Ma la sua reazione fu inaspettata. Mi gridû0 all&#39;improvviso: <br> &quot;Io non ti dissi di studiare, ti dissi solo di ripetere Mu tutto il giorno. Mu non puû0essere capito studiando. Devi dimenticare tutto te stesso ed essere una cosa sola col Mu.&quot; <br> Tentai di spiegare che lo studio non era per capire il Mu, ma soltanto per passare meglio il mio tempo libero. Ma lui fu molto severo. <br> &quot;Smetti di studiare, e pratica con impegno! Oppure vai via. Se non hai fiducia in me, vai dove vuoi, ma non darmi piû0fastidio. Sono occupato con molte persone che vogliono realmente praticare.&quot; <br> Fui scosso da quella reazione e capii come la pratica del Mu doveva essere seria. Sebbene non potessi smettere la scuola, mi promisi di fare veramente tutto per poter mostrare il Mu al maestro, e praticai con piû0impegno, dedicando piû0tempo alla meditazione. Dalla sua parte, lui non mi chiese piû0dello studio, e continuû0a guidarmi con tutto il cuore. <br> Una volta mi disse: <br> &quot;Tu stai praticando con molto impegno, ma questo non û0abbastanza. Devi praticare e meditare come se dovessi morire.&quot; <br> Non potei dimenticare queste parole. A poco a poco capii che non era questione con quanto impegno facevo, ma una questione di non fare, non di cercare di ottenere qualcosa, ma di lasciare andare ogni cosa, era questione di morire. Non pensare, non desiderare, non desiderare nemmeno di capire il Mu. Cominciai a meditare come un morto. Ogni volta che sedevo in meditazione, ripetevo solamente Mu, immaginando che era la mia ultima seduta, che la mia vita finiva, che non avevo un futuro di cui preoccuparmi, che era l&#39;unica opportunitû0che avrei avuto in tutta l&#39;eternitû0 Senza pensare, senza tentare di dare risposte intelligenti al maestro, dicevo solo &quot;non capisco&quot;, o soltanto ascoltavo lui e mi inchinavo in silenzio. <br> Col tempo ero come posseduto dal Mu, sentivo che la parola Mu detta a ogni respiro stava divenendo come una spina dorsale in me, era come un ruscello che scorreva dentro di me tutto il tempo. <br> La mia coscienza era molto chiara, ero molto calmo e il tempo della meditazione passava in fretta. <br> Alcune parole sentite durante il sesshin alla sera, quando il supervisore batte l&#39;asse di legno all&#39;ingresso della sala, col ritmo crescente tipico che segna la fine di ogni giorno, aiutû0grandemente la mia concentrazione. <br> <br> <br> &quot;Vi dico in tutta sinceritû0 <br> Vita e Morte sono una questione importante, <br> Esse sono fugaci e rapidamente passano via, <br> ciascuno di voi sia ben sveglio e allontani le illusioni, <br> sia accurato, e non si comporti secondo il proprio modo di vedere&quot;. <br> Seppi piû0tardi che queste parole sono scritte sull&#39;asse di legno all&#39;ingresso della sala di meditazione, secondo le regole del maestro cinese O-baku (850), e gridate ogni sera durante il sesshin per incoraggiare gli studenti a praticare sinceramente. <br> Il Maestro Yamada osservava attentamente la mia pratica. Un giorno in Giugno mi disse durante l&#39;incontro privato che il Mu era vicino, a portata di mano. Si alzû0in piedi improvvisamente di fronte a me e disse: &quot;Guarda bene qui, questo û0il Mu!&quot; Compresi che lui realmente era una cosa sola con il Mu, potevo vederlo chiaramente, e desideravo di poter dire lo stesso anch&#39;io. <br> Durante il sesshin alla fine di Luglio, mentre sedevo meditando come al solito come se fossi morto, rinunciando a tutto, nemmeno pensando piû0a comprendere, pronto anche ad accettare di essere mandato via dallo Zendo se il maestro Yamada non fosse stato soddisfatto di me, ebbi un&#39;esperienza strana. Il supervisore durante il kinhin mi disse di andare all&#39;incontro col maestro. Congiunsi le mie mani e fatto l&#39;inchino, lasciai la fila per andare alla stanza del maestro. Notai perû0che non avevo il cartellino del mio nome, e andai indietro alcuni passi a prenderlo dalla mensola. Improvvisamente, in un istante compresi quanto ero stupido nel cercare il Mu, il Mu ero io, Io non ero nulla se non un cartellino con un nome. Quello che sempre credevo di essere, il mio Ego, non era nulla se non un cartellino attaccato a un corpo che va in giro, mangia, lavora, dorme e fa diverse cose. <br> Quando dissi al maestro che il Mu ero io, e gli dissi la storia del cartellino del nome, lui mi fece delle domande per esaminare se stessi dicendo la veritû0 e mi disse di tornare al mio posto e meditare piû0profondamente. Sedetti di nuovo ma non potevo stare tranquillo. Mi sentivo molto eccitato, il mio corpo stava tremando, sudavo, e avevo strani sentimenti, come sogni. Era come se qualcosa dentro di me si stava gonfiando e spingeva forte, il mio corpo si stava tagliando e stava aprendosi in fuori. Una specie di nebbia avvolgeva tutte le cose intorno, il mio corpo stava sbriciolandosi a pezzi e scomparve, tutte le cose intorno erano come gusci d&#39;uovo che si aprivano, erano vuoti e si rompevano a pezzi. Era come un sogno che mostrava il vuoto di tutte le cose. <br> In ogni modo la meditazione era piû0importante e divenni quieto e continuai a ripetere Mu. Ero molto felice, e ogni persona, ogni oggetto intorno a me, sebbene quieto e zitto, era come sveglio e vivo. Tutto era cosû0naturale e perfino i suoni e i rumori che prima disturbavano la meditazione, ora mi riempiva di gioia. <br> Il maestro Yamada piû0tardi mi disse: <br> &quot;Tu hai aperto un piccolo buco nella realtû0 e ora puoi cominciare a meditare e praticare per tutta la vita. La realtû0û0come un grande palazzo. Tu hai solo guardato dentro attraverso un piccolo buco nel muro di cinta. Ora devi andare alla porta d&#39;ingresso, devi aprirla ed entrare nelle stanze, facendo della stanza piû0interna la tua abitazione permanente. <br> Continua a sedere in meditazione ogni giorno.&quot; <br> Per un altro mezzo anno ricevetti quasi ogni giorno la guida del maestro Yamada, poi ritornai al lavoro della parrocchia, e lo vidi soltanto alcune volte all&#39;anno quando era in vita. <br> <br> Sto ancora cercando un buon maestro, e nel frattempo il mio nuovo Zendo û0la vita di ogni giorno. Ogni persona che incontro o con cui lavoro ogni giorno, tutto quanto accade nella mia vita sta mostrando il grado del mio morire all&#39;Ego. Affetti e antipatie, essere feriti da situazioni sgradevoli, o essere ottusi al bisogno degli altri, tutto questo û0il termometro della forza dell&#39;Ego. <br> Personalizzare l&#39;esperienza, morire la Grande Morte e ritornare in vita, alla Grande Vita û0un addestramento di lunga durata. Tra gli inganni di ogni giorno, la Vita Grande ed Eterna sta mostrando la sua faccia.<br> &nbsp;</font></p> <p>&nbsp;</td> </tr> </table> </center> </div> </body> </html>